stampa

Tiziana Canfori incontra Renzo Mantero

Sulla punta delle dita...

Incontriamo nel suo studio il Prof. Renzo Mantero, in vista dei due appuntamenti programmati in primavera al Paganini. Il Prof. Mantero, oltre ad essere uno dei più grandi specialisti e chirurgi della mano, e autore di pubblicazioni che fondono le sue conoscenze scientifiche con argomenti di arti figurative e di musica. Ha curato alcune delle mani più celebri di tutto il panorama musicale. Egli stesso pianista, parla della mano con conoscenza dei problemi strumentali e con un ampio respiro culturale, tanto da offrire ai musicisti suggestioni preziose quanto quelle dei propri maestri.

Professor Mantero, siamo felici che siano state stabilite le date per i suoi primi incontri. Se ne parlava da molto tempo.
È vero. Stranamente non mi era ancora capitato di venire ospite al Conservatorio di Genova, mentre ho tenuto numerosi incontri sul tema della mano presso altri Conservatori italiani, sia al nord che al sud...

È l'ennesima dimostrazione del nemo propheta in patria!.. Come pensa di organizzare gli argomenti negli incontri del 14 marzo e 11 aprile?
È importante che sappia chi avrò davanti, in modo da rispondere alle esigenze del pubblico. Comunque affronterò la presentazione della mano per gradi. Nel primo incontro, soprattutto, darò gli elementi di base sull'anatomia: mi sono accorto che generalmente i musicisti la ignorano. È un fenomeno tipicamente italiano, perché all'estero, in Germania, Stati Uniti, Francia, Spagna... gli istituti musicali comprendono fra i loro corsi anche quello di anatomia della mano, che in fondo serve o tutti, tranne i cantanti.

In genere i cantanti sono piuttosto ben informati sulla fisiologia dell'organo vocale.
Infatti, in genere sono più preparati degli strumentisti, che si occupano del loro strumento-mano solo quando ha dei problemi di affaticamento o delle patologie. Allora spesso scopro che parlano di muscoli, di tendini e di nervi con una superficialità sorprendente: conosco esimi musicisti che erano convinti di avere muscoli... dove non ce n'è nemmeno uno. Ritengo invece che conoscere il dispositivo che permette di suonare e di esprimersi sia essenziale; non con un corso da specialisti o da chirurgi, ma con un approccio che offra una buona conoscenza della struttura della mano. Si tratta di un organo complesso, che spesso siamo portati a immaginare come onnipotente, mentre non lo è; fa molto, ma non fa tutto. Inoltre consuma una grandissima quantità di energia, benché i muscoli siano corti e quindi capaci di concentrarla al meglio. Si tratta in realtà di un insieme di infiniti meccanismi semplici, che fanno un organo complesso.

Un po' come la meccanica di una tastiera?
Infatti. Il rapporto mano-tastiera e forse il più interessante, perché è quello che forza di più la natura della mano, che e fatta per abbracciare l'oggetto, non per percuoterlo. È il rapporto che ha bisogno di più mediazione, di più astrattezza, di più immaginazione. A volte vengono utili le suggestioni dei grandi: per esempio Liszt parlava di “polso mollemente gettato”, e con questo riportava il discorso sulla naturalezza del gesto e sull’ergonomia della posizione. Oppure basta osservare bene l'atteggiamento di alcuni grandi musicisti; non dico tutti, perché ce ne sono che ascolto molto volentieri, ma che trovo inguardabili dal punto di vista della posizione. Prendiamo come buon esempio Benedetti Michelangeli: una mano che è un equilibrio di forze. In realtà il gioco dei muscoli è sempre un continuo bilanciamento di forze opposte, una tonicità che tiene insieme il fisico umano e ha fine solo con la morte. Non per niente, osservando Michelangeli era meraviglioso notare come anche il respiro facesse parte del lavoro della mano.

Lo sa che Michelangeli avrebbe voluto studiare medicina? Musica e medicina spesso sembrano correre parallele...
Perche il medico è alla radice un umanista. In realtà lavora all'interno di un rapporto fra uomini, con lo scopo di stimolare la conoscenza di sé. Lo filosofia passa per il corpo e lo medicina porta le sue conoscenze a un punto comune, dove lo crescita è insieme scientifica e umana. Così diceva Aristotele, e anche Anassagora, che sosteneva anche un'altra tesi che ci interessa: la mano è cio che fo l'uomo superiore a tutti gli altri animali.

A volte noi siamo limitati nei nostri ragionamenti e ci sembra che la mano finisca al polso. Secondo lei dove finisce?
A me piace piuttosto dire dove comincia: dal cervello. La mano è l'espressione esterna del cervello. Mendelssohn diceva che le dita hanno “una cerebrosità digitale” e, malgrado il suono sgradevole della parola, e perfettamente azzeccato. La mano è in grado di toccare, ma anche di essere toccata dall'oggetto, cioè di registrare con grandissima velocità una grande serie di dati che vengono dall’oggetto. È molto importante per i musicisti, naturalmente, perche con le mani elaborano una quantità molto maggiore di dati rispetto per esempio all'orecchio, che essendo assai più lento ha funzione di giudice delI’insieme, del prodotto già elaborato.
Tutti gli uomini hanno un'immagine interna della propria mano, che dipende anche dalI’uso che sono abituati a farne; è quella che chiamo mano-immagine. Direi che i musicisti hanno piuttosto una mano immaginifica. È molto interessante analizzare Ia musica scritta dai grandi autori: la loro spinta creativa si e fusa con la realtà della loro mano e il calco di quella mano (più o meno “buona” che fosse) è rimasto sui passaggi che hanno scritto. Così succede che i grandi virtuosi scrivono musica insuonabile per la maggior parte degli altri...

A proposito, cosa pensa del metodo Paganini-Sfilio?
Penso che Paganini avesse una mano che gli permetteva cose straordinarie perché era capace di una flessione del polso amplissima, e credo che la sua tecnica fosse essenzialmente adatta per lui. Gli altri devono forse trovare soluzioni diverse.

Lei parla della mano con una sensibilità molto allargata. È quello che si augura di trovare qualsiasi musicista che abbia un problema fisico da risolvere. Ma questo approccio cosi sottile, cosi “a tutto tondo” è comune anche ai suoi colleghi, magari suggerito da un organo tanto interessante?
Temo di no. I chirurgi si dividono sempre in due categorie: chi sa eseguire perfettamente l'intervento che deve fare, e chi sa eseguirlo e si preoccupa anche di capire “su chi” lo esegue. Quando opero una mano mi devo sempre chiedere che tipo di risultato devo raggiungere, che lavoro dovrà fare quella mano. A volte e meglio rinunciare a un po' di forza in favore di una maggiore sensibilità, oppure favorire soprattutto l’estensione (per esempio per raggiungere tutte le corde del violino); altre volte va favorita la resistenza e la forza. Non parlo solo dei musicisti, naturalmente. Mi sono occupato molto delle mani di chi, ferito agli arti dallo scoppio di ordigni o petardi, ha perso anche lo vista, come purtroppo succede spesso: per queste persone l'amputazione diventa doppia, se non salviamo il meglio possibile quella sensibilità della mano che servirà per “leggere” il mondo esterno.

Allora, su cosa dobbiamo lavorare di più: la forza o la sensibilità?
Per i musicisti, entrambe. Ma soprattutto è importante saper portare il cervello sulla punta delle dita.

Tiziana Canfori

Intervista tratta da “Il Cantiere Musicale” - Genova - Anno II, Numero 4 (VII/35) Inverno 2007